Rivoluzione Economica

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Rivoluzione Economica

Austerità: un'analisi critica


Premessa

Questo articolo si propone di analizzare, in maniera semplice e sintetica, le principali misure che l’Unione Europea e i governi degli Stati membri hanno attuato finora per fronteggiare la crisi.

In particolare, si fa riferimento alle cosiddette politiche di “austerità”, ovvero all’insieme di misure attuate dai governi per ridurre il debito pubblico, e allo strumento europeo detto “fondo salva-Stati” o “scudo anti-spread”.


1. Le ragioni delle misure anti-crisi introdotte in Italia e nell’UE

L’Unione Europea ha di recente approvato due importanti trattati, presentati ufficialmente come misure necessarie a contrastare la crisi.

Si tratta del Fiscal Compact e del Meccanismo Europeo di Stabilità. C’è anche un’altra misura introdotta dai governi europei nell’ambito delle misure anti-crisi: si tratta del principio di pareggio (o “equilibrio”) di bilancio, che in Italia è stato inserito in Costituzione.

Nelle dichiarazioni dei proponenti, questi strumenti devono servire, rispettivamente:

  • pareggio di bilancio: impedire che gli Stati producano nuovo debito pubblico, dato che le spese non potranno superare le entrate
  • Fiscal Compact: abbattere il debito pubblico in maniera consistente entro 20 anni
  • Meccanismo Europeo di Stabilità: contrastare la speculazione finanziaria sui debiti pubblici, garantendo agli Stati indebitati la possibilità di finanziarsi ricorrendo a un fondo “speciale” (spesso ci si riferisce a questa misura come “scudo anti-spread”)

Tutte queste misure partono dall’assunto che il debito pubblico di alcuni Stati membri sia giunto a livelli “insostenibili”, rendendo difficile per quegli Stati trovare i finanziamenti per coprire la propria spesa pubblica. Gli Stati dovrebbero così attuare una serie di misure necessarie a ridurre il debito pubblico e ad applicare lo “scudo anti-spread”.


2. Gli effetti delle misure anti-crisi

2.1 Il Fiscal Compact

Gli effetti che le nuove norme produrranno sull’economia possono essere compresi solo analizzandone il funzionamento congiunto. Vediamolo in dettaglio, prendendo come esempio il nostro Paese:

  1. L’Italia non potrà spendere più di quanto incassa: semplificando un po’, ciò vuol dire che le risorse economiche disponibili per la spesa pubblica – ovvero per i servizi ai cittadini, come pensioni, sanità, istruzione, ecc., le opere pubbliche, l’energia da importare, ecc. – potranno provenire esclusivamente da quelle già presenti all’interno della società (di fatto, principalmente dal gettito fiscale)
  2. Una parte significativa della spesa pubblica dovrà essere ogni anno destinata alla riduzione del debito, facendo sì che le risorse disponibili per welfare, servizi, stipendi e opere pubbliche si ridurranno drasticamente
  3. Oltre al debito, l’Italia deve e dovrà pagare gli interessi sul debito emesso dai prestatori di moneta, andando così a ridurre ulteriormente la soglia delle risorse disponibili per welfare, servizi, stipendi e opere pubbliche.

In tale scenario economico, lo Stato ha poche strade per cancellare molto debito in breve tempo (quasi 50 miliardi di euro all’anno, per 20 anni), come imposto dal Fiscal Compact. Le strategie possibili sono:

  1. aumentare le tasse
  2. vendere il patrimonio pubblico (privatizzare)
  3. ridurre la spesa pubblica (ottimizzare la spesa e privatizzare i servizi)

Analizziamo singolarmente tali opzioni.

  1. La prima soluzione può essere efficace nel tempo, ma ha un grave effetto collaterale: deprime l’economia. Aumentare le tasse equivale a ridurre la ricchezza di famiglie e aziende. Ciò automaticamente fa calare i consumi, la produzione e dunque l’offerta di lavoro, generando disoccupazione, diminuzione del PIL e, in ultimo, anche una riduzione del gettito fiscale (redditi più bassi e consumi minori danno luogo a meno tasse), dando vita a un circolo vizioso che genera una forte depressione dell’economia, fino ad arrivare al collasso del sistema, con le gravi conseguenze sociali che ciò comporterebbe.

Diverso sarebbe se l’aumento delle tasse si applicasse a rendite finanziarie e grandi patrimoni, con un controllo sullo spostamento dei capitali all’estero. In questo caso, la capacità di spesa della gran parte della popolazione, che è ciò che tiene in piedi l’economia, resterebbe praticamente immutata, e così anche la domanda e dunque la produzione. In altri termini – sempre semplificando al massimo – in questo scenario gli effetti collaterali sarebbero ridotti al minimo, e i vantaggi sarebbero evidenti per l’economia e la società nel complesso.

  1. Vendere il patrimonio pubblico (fatto di proprietà immobiliari ma anche di siti archeologici, beni naturali, aziende a partecipazione pubblica, ecc.) può produrre effetti temporanei sulle casse dello Stato, ma il risultato complessivo sarebbe modesto (rispetto all’entità del debito) e col tempo gli effetti della vendita finirebbero per annullarsi e lo Stato si troverebbe privo di risorse potenzialmente fruttuose. Di fronte a un’altra situazione di “crisi”, lo Stato che abbia alienato già il suo patrimonio non potrà più ricorrervi.

Diverso sarebbe se quel patrimonio fosse messo a frutto (ad esempio affidando la gestione del patrimonio in cambio di affitti, percentuali sui profitti realizzati dai privati, ecc.) e se la gestione delle aziende “pubbliche” fosse resa efficiente. Un’azienda pubblica può generare reddito esattamente come una privata, col vantaggio che i profitti ricadrebbero a cascata sulla collettività; questa possibilità dipende soltanto dalla qualità della gestione pubblica (ovvero qualità della classe dirigente).

  1. Ridurre la spesa pubblica è un’operazione più complessa. È bene distinguere due casi:
  • la spesa “utile”, che serve a finanziare i servizi sociali, le pensioni, l’istruzione, le infrastrutture, la cultura, la tutela del patrimonio ambientale e storico, ecc.;
  • quella “superflua”, o “cattiva”, che non si traduce in un aumento di benessere o ricchezza per i cittadini, ma alimenta sprechi, corruttele, inefficienze, ecc.

Non è ovviamente desiderabile intaccare la spesa “utile”: la qualità della nostra vita è direttamente correlata alla capacità dello Stato di garantire un certo livello di servizi, e questo è possibile solo in presenza di una spesa pubblica adeguata.

La spesa “superflua” o “cattiva”, invece, può e deve essere colpita: rientrano in questo campo la sproporzione degli apparati amministrativi, i privilegi di alcune categorie (es. i rappresentanti dei cittadini), la corruzione, e così via. Tuttavia, pur essendo rilevante in termini assoluti, questa parte di spesa è relativamente marginale sul totale dell’economia, e la sua eliminazione potrebbe produrre risultati minimi sulla riduzione del debito pubblico.

Da un lato si riduce la ricchezza disponibile di famiglie e aziende, dall’altro si aliena per sempre il patrimonio pubblico, e ancora si taglia la spesa pubblica “utile” e necessaria allo sviluppo del Paese.

A ben guardare, si tratta di misure che trasferiscono la ricchezza presente negli Stati lontano dal controllo pubblico e collettivo (che può essere più o meno efficiente, ma che garantisce comunque un minimo livello di controllo “democratico”) verso mani private. Si tratta inoltre di misure, come è già stato enunciato, che hanno effetti fortemente depressivi sull’economia nel complesso.

A conti fatti, le misure che l’Italia sta adottando per ridurre il debito rendono ogni prospettiva di “crescita” strutturalmente impossibile: la ricchezza disponibile andrà riducendosi sempre di più; gran parte delle aziende saranno costrette a chiudere, causando una crescita esponenziale della disoccupazione; i servizi sociali saranno ridotti all’osso. Ciò rappresenta, di fatto, un forte ridimensionamento del tessuto economico di quella che era uno delle maggiori economie mondiali.

2.2 Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) o “fondo salva-Stati”

Abbiamo visto cosa succederà (e in parte sta già accadendo) applicando il Fiscal Compact. C’è però di più. Per fornire un aiuto ai Paesi europei in difficoltà, l’Unione ha adottato il Meccanismo Europeo di Stabilità: spesso chiamato “fondo salva-Stati” o “scudo anti-spread”, si tratta di un meccanismo che dovrebbe bloccare la speculazione, aiutando gli Stati a finanziarsi.

Il meccanismo funziona così: se uno Stato ha difficoltà a ottenere prestiti sui mercati tradizionali (ad es. perché i tassi sono troppo alti e non c’è sufficiente domanda di titoli di Stato), può chiedere al MES di intervenire. (Di fatto, sarà costretto a farlo per non fare “default”, ovvero andare in bancarotta).

In questo caso, i Ministri delle Finanze degli Stati membri, assieme alla Commissione, alla Banca Centrale Europea e al Fondo Monetario Internazionale (la cosiddetta “troika”), stileranno un “memorandum”, ovvero una serie di condizioni che lo Stato dovrà accettare per ottenere il prestito – pena la sua mancata concessione e l’inevitabile default.

Le condizioni di cui si parla, presumibilmente, sono le stesse già sottoposte ai Paesi in difficoltà (Grecia, Portogallo, Irlanda) o “suggerite” ad altri Paesi come l’Italia*: riduzione dei salari pubblici, riduzione dei dipendenti pubblici (licenziamenti), privatizzazioni delle aziende di Stato, privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, trasporti, istruzione, ecc.), vendita del patrimonio pubblico, maggiore “flessibilità” del lavoro, e così via.

Il MES opera a tutti gli effetti come una qualsiasi istituzione finanziaria, prestando soldi agli Stati in difficoltà dietro la corresponsione di interessi, come già fanno le banche commerciali.

Non solo.

Di fatto, le istituzioni che decideranno tali condizioni (BCE, FMI, Commissione Europea e Ministri europei delle Finanze) si sostituiranno in tutto e per tutto ai governi e ai parlamenti nella stesura delle politiche economiche. Gli Stati in difficoltà si troveranno dal canto loro costretti ad accettare misure fortemente penalizzanti per poter sopravvivere.

Ma c’è di più: gli Stati membri sono tenuti a versare “incondizionatamente” e “irrevocabilmente” (esplicite citazioni dal Trattato) nelle casse del MES tutte le risorse che questo decida di richiedere. E ancora: i componenti del MES (ovvero i Ministri delle Finanze) sono protetti da “totale immunità nell’esercizio delle loro funzioni”.

Ricapitoliamo: organismi non elettivi e dotati di immunità totale, dunque privi di qualsiasi vincolo democratico e possibilità di controllo da parte dei cittadini, potranno stabilire le principali scelte di politica economica – e sociale – degli Stati membri.

Ora potremmo domandarci: in che direzione sono andate tali scelte finora? Rileggendo quanto si è detto: licenziamenti, riduzione degli stipendi, privatizzazioni, vendite del patrimonio pubblico, peggiori condizioni di lavoro, riduzione della spesa sociale, ecc.

Ripetiamo: il MES è un organismo finanziato dagli Stati aderenti, che, per “aiutare” gli Stati in difficoltà (dunque, alcuni dei suoi stessi finanziatori), presta loro moneta a tassi di interesse discrezionali (comportandosi come una qualsiasi banca commerciale), decidendo le politiche economiche e sociali che i debitori dovranno attuare.

Alla luce di queste considerazioni, può il MES considerarsi un “fondo salva-Stati”? O andrebbe piuttosto considerato uno strumento che, senza essere soggetto ad alcun controllo pubblico, può di fatto costringere gli Stati ad adottare misure anche lesive del benessere dei cittadini e del bene comune, a vantaggio di interessi privati e particolari?

* qui la famosa lettera della BCE al governo italiano, in cui si “suggeriva” di adottare le suddette misure http://www.corriere.it/economia/11_settembre_29/sensini_documento_bce_e68f29d6-ea58-11e0-ae06-4da866778017.shtml

3. Conclusioni e spunti di riflessione

In conclusione, applicando le politiche attuali, per almeno i prossimi 20 anni (il tempo a disposizione per portare il debito al di sotto del 60% del PIL) qualsiasi possibilità di “crescita” dell’economia italiana e della ricchezza di cittadini e aziende sarà strutturalmente inibita, e al contrario la ricchezza del Paese andrà diminuendo significativamente.

Al termine di tale periodo, anche qualora il debito fosse stato ridotto, il sistema economico assomiglierebbe a uno scenario post-bellico, con un tessuto produttivo in gran parte smantellato, larghe sacche di povertà e disoccupazione, e uno stato sociale in gran parte gestito da società private. Il tutto senza considerare le conseguenze sociali che queste dinamiche produrrebbero.

Lo scopo ultimo di qualsiasi governo (incluso quello europeo) dovrebbe essere quello di garantire una vita migliore ai suoi cittadini: benessere, istruzione, occupazione, servizi efficienti, e così via. Questo era anche  il “sogno europeo” dei fondatori dell’Unione. Eppure, le politiche attuate oggi vanno nella direzione opposta, e quanto accaduto in Grecia, Portogallo, Irlanda, e inevitabilmente accadrà presto anche in Italia, lo dimostra.

Abbiamo anche visto come esistano diverse misure alternative (qui accennate solo in parte), sostenute anche da illustri economisti, che potrebbero rilanciare l’economia e soprattutto tutelare le condizioni di vita dei cittadini europei. Perché tali misure non vengono applicate?


-------- Articolo Frutto del lavoro del Gruppo Studio ed Approfondimento Tecnico ed in Particolare di Luca Paolo Virgilio --------



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